| Pubblicato su: | Corriere della Sera, anno LVII, fasc. 60, p. 3 | ||
| Data: | 10 marzo 1932 |

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Il francese Andrea Gide, d'anni sessantatrè, di professione rompilacci e bucamuri, non disarma. E proprio ora ha svoltolato dalle millenarie bende tragiche il povero «piedi gonfi», Edipo Re, per farne una marionetta parlante in servigio del suo apostolato distruttivo e libertario. Che Andrea Gide, a dispetto delle sue arie di modernissima raffinatezza, è, in fondo, un pezzo di Settecento nato nell'Ottocento e che sopravvive nel Novecento. La sua apologia degli istinti si ritrova pari pari in Diderot, la sua repugnanza verso ogni forma di sacerdozio in Voltaire, la sua simpatia per il delitto e le perversioni sessuali nel Marchese di Sade. Egli va ih cerca di fantastici anormali come l'autore del Neveu de Rameau, rinnova i sarcasmi contro i preti e i pedanti dell'autor di Candide, e volentieri dimostra l'inferiorità, il fallimento o l'ipocrisia della virtù come l'autor di Justine. Andrea Gide, alla fin dei conti, non è che un piccolo Voltaire protestante che da giovane s'è ubriacato con Nietzsche e con Oscar Wilde e da uomo fatto con Dostojevski e con Freud.
Ogni regola, ogni morale, ogni disciplina, ogni autorità gli appariscono come inceppamenti funesti alla vita. Ogni maestro è per lui uno spegnitoio, ogni prete un aguzzino, ogni moralista uno sbirro, ogni legislatore un nemico. Appartenere a una chiesa, a una scuola, a un partito, a una filosofia significa aver fatto una scelta. Andrea Gide non vuole scegliere, è l'uomo che si rifiuta di scegliere, che irride o detesta coloro che hanno scelto. La vita è una continua scelta, l'arte è necessariamente una scelta, ma Gide ha il terrore di scegliere. Egli non ammette altra realtà che l'uomo, non l'uomo generico dei filosofi, bensì quest'uomo, lui solo, il sè individuato e solitario in mezzo a un centivio, a un millivio di sollecitazioni e d'inviti. L'uomo, per lui, dev'essere una torre isolata ma con cento finestre aperte a tutti i venti, a tutti gli odori (tanto profumi che puzzi): un camaleonte volontario e consapevole: un proteo spirituale: una fenice pronta a continue resurrezioni. Vuol sentirsi libero da ogni influsso e coazione, in perpetua «disponibilità». L'anima sua, cioè, non è casa propria e privata ma locanda per tutti gli ospiti, asilo dei pellegrini d'ogni paese, albergo di padroni provvisori, - un cantiere senza divieto d'ingresso.
Posizione scomoda e faticosa, che può sembrare eroica a un romantico novizio, ma che si riduce alle più ironiche antinomie. L'uomo gidiano considera debolezza ogni rinunzia alle possibili esperienze dell'io, ma il non voler mai scegliere, il non saper mai accettare, con atto supremo di libertà, una disciplina vivificante e grandificante non son forse prove di profonda debolezza? Il non sapersi decidere, il non essere capaci d'un atto risolutivo di volontà si chiamano, in linguaggio tecnico, abulia, malattia dello scrupolo, fiacchezza, terrore delle responsabilità.
Il non voler accettare regole e leggi, dogmi e chiese, sembra, a Gide ed ai suoi simili, il colmo dell'individualismo, della libertà. Ma quale individualismo è mai questo che accoglie a bocca aperta ogni ispirazione dell'incosciente e ogni suggerimento dell'esterno? Individuo significa l'io che ha un suo centro stabile e una sua pietra di paragone ed accetta quel che gli si confà o l'inalza e scarta il resto. L'io gidiano, invece, è alla mercè di tutti gl'invasori, chiamati o non chiamati; è un terreno aperto dove regna l'ultimo occupante, e per sfuggire all'obbedienza d'una verità si riduce schiavo di mille e una menzogna. Obbedire non è, come credon gli sciocchi, mutilazione della libertà interiore e della interiore ricchezza ma un sacrificio liberamente consentito in vista d'una più vera libertà, d'una più certa ricchezza. Rilegga, Gide, il suo Shakespeare: Calibano obbedisce contro voglia perchè mostro bastardo e sempre rimarrà bruto mentre il gentile Ariete, che obbedisce lietamente e somiglia a un angelo, sarà per sempre liberato.
Gide si degna di leggere il Vangelo ma nulla deve essergli a noia come l'orazione domenicale: il «ne nos inducas in tentationem» è l'opposto preciso del suo programma e del suo ideale. Gide è un uomo che vuol esser continuamente tentato e che mette il suo orgoglio nel non voler resistere a nessuna tentazione. Non esclude addirittura Dio, ma le sue inclinazioni segrete son per l'avversario, per il diavolo.
Anche questa sua predilezione lo riaccosta al secolo decimottavo che non fu soltanto la sagra dell'illuminismo ma anche la fiera del satanismo. L'ultima opera di Gide ha, difatti, sapore settecentesco, cioè volterriano, — d'un Voltaire collaudato da quel Nietzsche che pur s'era nutrito ai festini enciclopedisti e venerava in Arouet un de' nemici personali di Cristo. E non sarà male ricordare che il primo trionfo letterario di Voltaire fu proprio un Edipo in cinque atti, rappresentato nel 1718, e ch'è, sia pure in sordina, un vero e proprio manifesto anticlericale. Tutti, in quella tragedia, son contro i preti: l'eroe Filottete, il confidente Araspe, Edipo, e perfin Giocasta. Proprio in bocca di Giocasta son posti i famosi versi che tutti gli Homais sanno a memoria:
Nos prêtes ne sont point ce qu'un vain peuple pense;
Notre crédulité fait toute leur science.
La tragedia del Gide ha, su quella omonima del Voltaire, due superiorità: ch'è in prosa e in tre atti soli. Ma gli somiglia, a distanza di più che due secoli, per lo spirito che vi corre dentro: l'ostilità al divino ed ai suoi rappresentanti. L'Edipo gidiano è una specie di superuomo orgoglioso e luciferesco che ricorda il suo burattinaio francese nell'immoralismo quasi cinico e nel desiderio della perpetua avventura. I suoi antagonisti son Creonte, - che rappresenta i conservatori prudenti e la religione civica, — e Tiresia, il profeta, che qui fa le parti di sommo sacerdote. Ma la vera lotta , è tra Edipo e Tiresia: tra colui che diverrà cieco perchè troppo volle sapere e colui che troppo sa perchè da tanto è cieco. Edipo parte dall'uomo e consente, se gli fa comodo, a crearsi un Dio per suo conto; Tiresia muove da Dio, origine d'ogni sapienza e potenza, e non vede nell'uomo che strumento nelle mani d'Iddio o, come diceva Ibsen, una tavola di bronzo destinata a essere incisa da Dio. Edipo è la superbia umana che va fatalmente alla disfatta, che perde a un istante moglie, madre, figli, regno, potere, popolarità e luce degli occhi; Tiresia è l'umiltà dell'obbedienza che sola dà diritto di regnare in quanto discende da Colui che solo regna. Edipo contro, Tiresia rappresenta Gide, immoralista e anarchico, contro le tradizioni e chiese. La tragedia finisce, seguendo il mito, col fallimento di Edipo, ma Gide sta col vinto e quasi circonfonde la sconfitta d'una luce equivoca di vittoria.
Il vizio di servirsi di personaggi antichi e famosi per spargere i suoi veleni moderni il Gide l'ha da un pezzo. Ha fatto, in altri tempi, un Saul, un Roi Candaule, e un Promethée mail enchainé: riprendere i vecchi temi e deformarli ai fini della satira e della parodia l'accomuna a Voltaire e a Offenbach, se non si vuol ricordare i burleschi del Seicento. Ma in questo caso la deturpazione è più triste. Edipo, nel mito greco, è un esempio della fatalità inesorabile: l'innocente che vive, necessariamente, nella colpa. Scioglitore sagace di enimmi non s'accorge dell'enimma pauroso ch'è in lui e da ultimo si accieca per non veder più neanche il cielo che l'ha condannato, nè i testimoni della sua passata cecità. Gli resta, di tutti i beni che aveva, una figlia ch'è anche sorella: quell'Antigone nella quale s'è voluto vedere, e non sempre a torto, una prefigurazione dolcissima della cristiana pietà.
Nella tragedia di Sofocle, che rappresenta una elaborazione più recente del mito primitivo, Edipo è il re che soffre dell'altrui dolore, dei mali del suo popolo, e accetta con nobile fierezza la condanna del destino, senza pose titaniste. L'Edipo antico è misericordioso e pio, obbediente agli Dèi, non ha nulla del Prometeo e, tanto meno, del Capaneo.
Solo verso la fine l'Edipo di Gide si riavvicina a quello che i greci hanno raffigurato: egli è pronto a immolarsi e a giovare agli uomini. Ma verso Tiresia la sua attitudine, anche in pieno disastro, è sempre di malcelata sfida: «Est-ce là ce que tu voulais, Tirésias? Jaloux de ma lumière, souhaitais-tu m'entrainer dans ta nuit? Comme toi, je contemple à présent l'obscurité divine, j'ai chàtié ces yeux qui n'avaient point su m'avertir. Tu ne pourras m'accabler désormais de ta superiorité d'aveugle».
Egli era nella luce, libero, felice, a sè stesso solo debitore, spirito chiaro, occhi acuti, monarca di Tebe e dell'anima propria. Gli Dei gelosi e invidiosi, che non posson sopportare le fortune degli uomini, e tanto meno la loro jattanza, l'hanno punito, si son vendicati. Da sè medesimo s'è precipitato nella notte, ma non perchè egli creda la notte superiore al giorno, e la tenebra più luminosa della luce, ma perchè il castigo sia totale privazione di bene. L'individualismo anarchico è la verità, la beatitudine, mentre la religione, la chiesa, è la vergogna. Dio vive soltanto nei ciechi, appunto perchè son ciechi. Illuminismo contro oscurantismo, come nelle apoteosi enciclopediste e massoniche. Edipo, secondo il Gide, è la vittima, con Prometeo, della reazionaria divinità: un martire, direbbe un altro, del libero pensiero.
E qui si può riconoscere, accanto a quella di Voltaire, l'influenza di Freud. Proprio Freud, richiamando l'attenzione sul mito di Edipo, - anzi facendone uno dei ritornelli del suo sistema col nome di «complesso di Edipo», — ha fatto del vecchio re di Tebe il simbolo scandaloso di quelle perverse tendenze che dormono nell'inconscio di ogni uomo e alle quali s'oppone la «censura», cioè quell'insieme di leggi, di tradizioni, di norme, di dogmi e comandamenti che Gide detesta e combatte. Con Freud il figlio-sposo di Giocasta passa all'opposizione. E' il sacrificato, il «represso», il respinto, l'escluso, l'esule acciecato. E il Gide non poteva fare a meno di riabilitarlo e, perciò, di trasformarlo a sua immagine e somiglianza. Ma siccome il Gide è un artista e, a suo modo, un moralista, l'Edipo ch'egli ci rappresenta è, soprattutto, l'uomo che vien condannato appunto perchè s'immaginava innocente. E' l'uomo che fa assegnamento soltanto sull'uomo e sull'io, — cioè la creatura senza altro appoggio e compagno che il proprio orgoglio. Non poteva fare a meno d'esser vinto. Chi nega Dio non ingrandisce l'uomo, ma lo diminuisce. Chi sfida Dio non diventa più divino, ma ancora meno umano. Chi vuol fare a meno di Dio deve fare, alla fine, a meno di tutto. Edipo era re e divien fuggiasco accattone. Era soddisfatto della sua lucida saggezza e colle sue mani si fa cieco. Non voleva riconoscer nessuno al disopra di sè e deve affidarsi, ora, all'umile protezione d'una fanciulla, frutto del suo peccato.
Andrea Gide è solo: non ha e non può avere, nel suo arido esilio, nemmeno un'Antigone. Da tutti s'è sciolto e separato e, come Marx ripudiava i marxisti, egli ha rinnegato i gidiani. Ma questi, sia pure in disparte, centellinano i suoi filtri e mangiano ingordamente i suoi guazzetti. Il Nicole chiamava gli autori di romanzo e di teatro «empoisonneurs publics». Il Nicole era giansenista e portato, perciò, all'esagerazione, ma sta di fatto che non mancano, in ogni secolo, gli avvelenatori. E al tempo nostro il Gide, per la stessa saporosità dei cibi che offre, è uno dei più pericolosi distributori di tossici spirituali.
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